Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” 

Partiamo da qui, dall'Articolo 3 della Costituzione della Repubblica Italiana, in cui donne e uomini che uscivano dalla guerra hanno avuto la forza di sognare, per tutti noi, un mondo in cui le parole dignità, uguaglianza e lavoro sono i pilastri di una società in cui nessuno è lasciato indietro. Non è un caso che in molti articoli della nostra Costituzione i termini “cittadini” e “lavoratori” si incontrino e si rimandino a vicenda, poiché è dal lavoro che ogni cittadino trae la forza per sentirsi degno di partecipare alla vita pubblica, politica e sociale della comunità di cui fa parte. Questo concetto era chiaro settant'anni fa a chi si occupava della cosa pubblica, ma sembra che sia stato ormai dimenticato da chi oggi ci governa, poiché i concetti che sono insiti nel Jobs Act, in fondo, non sono altro che una dichiarazione di disuguaglianza tra chi lavora e chi lavorerà, di impossibilità di ottenere piena giustizia per un licenziamento ingiusto, di predominio di pochi sulla dignità di molti, attraverso strumenti quali il demansionamento ed il controllo a distanza. 

Attaccare la dignità dei lavoratori significa voler spezzare la loro volontà, la loro capacità di essere parte attiva nella gestione ed il controllo dei processi produttivi nei luoghi di lavoro.

Questa dinamica si ripete oggi su grandi scale, come su piccole: nel sistema Paese, ma anche nelle tante vertenze sul territorio che riguardano le aziende più disparate. 

Io vi potrei parlare di una azienda metalmeccanica, Esaote, che opera nel settore della diagnostica per immagini, un'azienda in cui un piano finanziario, spacciato per industriale, rischia di distruggere una realtà che si può tranquillamente definire un'eccellenza. Ma quello che vorrei raccontarvi è come questo piano industriale è stato finora portato avanti: l'Azienda ha presentato 6 mesi fa la sua presunta “visione del futuro”, mettendo subito in chiaro che sarebbe andata avanti con o senza il consenso dei lavoratori; è passata nel giro di poche settimane ad aprire una CIGS a zero ore per oltre 50 lavoratori, colpendo categorie protette, delegati sindacali e famiglie monoreddito; ha ribadito a tutti gli incontri al Ministero dello Sviluppo Economico la sua indisponibilità a ridiscutere le proprie scelte. 

Cosa ha cercato di ottenere l'Azienda con questi atteggiamenti?

Il crollo della fiducia dei lavoratori nella possibilità di far valere le proprie ragioni, che sono sempre volte al merito e mai alla posizione ideologica.

Cosa ha ottenuto invece, fino ad oggi, l'Azienda?

Circa 100 ore di sciopero ed una strenua e motivata opposizione all'idea che le scelte sul futuro di un'azienda riguardino solo il gruppo dirigente e non le persone che quell'azienda l'hanno costruita e resa grande, ovvero i lavoratori.

Come è possibile portare avanti una lotta che sembra tanto impari, tra una dirigenza che può fare più o meno quello che vuole ed i lavoratori che hanno come unica arma lo sciopero?

Solo con un moto d'orgoglio, l'orgoglio di lavoratori onesti che conoscono e riconoscono il valore del proprio operato; solo con un profondo senso di dignità, la dignità di chi antepone il benessere collettivo all'interesse finanziario dei singoli; solo con l'unità, l'unità di chi è in grado di vedere nel proprio compagno di lavoro se stesso.

Facile? A parole sì, ma nella vita di tutti i giorni questo processo nasce da una scintilla, nel nostro caso il desiderio di preservare una realtà industriale che ci appartiene e la nostra dignità di lavoratori, ma ha bisogno di essere alimentato, perché è sempre dietro l'angolo il pericolo di scoraggiarsi nel fronteggiare dinamiche a volte molto più grandi di noi. Per questo è fondamentale non sentirsi soli, avere il supporto e l'appoggio più ampio possibile, perché a volte abbiamo bisogno di guardarci attorno e scoprire che la nostra convinzione è anche quella di chi ci sta accanto, per continuare a lottare per ciò che riteniamo giusto.

La dinamica che nel piccolo viviamo nella vertenza della nostra azienda, si rispecchia, su scala più grande, nella battaglia che stiamo portando avanti come organizzazioni sindacali sul Jobs Act: la piazza di oggi è la scintilla di orgoglio di chi denuncia il suo non voler soccombere ad una logica di privazione di diritti e di dignità del lavoro, ma bisogna che ciascuno di noi sia consapevole del fatto che questa scintilla deve essere alimentata da qui in avanti.

Il giorno degli scioperi generali, infatti, si respira di solito un'atmosfera in cui sembra sempre tutto possibile; nei giorni successivi l'intensità di questo sentimento si affievolisce e troppo spesso tende a svanire con eccessiva facilità. Vorrei invece che ciascuno di noi cercasse di alimentare la scintilla di oggi nell'unico modo che credo sia possibile: coinvolgendo gli altri, spiegando a chi oggi non era qui il perché è importante che la prossima volta partecipi, estendendo al di fuori dei luoghi di lavoro, a tutta la società civile, la nostra battaglia su valori che, in fondo, riguardano tutti, non solo chi lavora.

Non dico che tutto ciò sia semplice, ma non è impossibile. Soprattutto non dobbiamo aver paura, perché stiamo solo ribadendo che la dignità del lavoro è un valore, non una merce, proprio come hanno fatto settant'anni fa le donne e gli uomini dell’Assemblea Costituente.

E seguendo, con profonda convinzione, un esempio di questo calibro, non vedo come sia possibile, alla lunga, fallire.

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