Il periodo di crisi che affligge il nostro Paese dura ormai da più di 4 anni ed ancora non riusciamo a vedere la luce in fondo al tunnel.
Le politiche Italiane dei Governi nazionali sono state incentrate esclusivamente sul rispetto dei parametri economici imposti dalle linee di austerità della Comunità Europea, senza nessun segno distintivo di strategie legate alla crescita e allo sviluppo.

La crisi economica che sconvolse il mondo nel 1929 vide la sua fine negli Stati Uniti grazie proprio a politiche di crescita finalizzate ad aiutare le industrie dell'epoca, con interventi specifici di implementazione dei cosiddetti fattori di competitività esterni alle imprese, come il potenziamento delle infrastrutture, i costi dell'energia, il finanziamento su ricerca e sviluppo.
Oggi, invece, mi pare che in Italia ci sia una sorta di “Luddismo” dei Governi, che non vedono nell'industria la capacità di essere volano della crescita economico-sociale del Paese, la chiave di volta per dare risposta alla situazione economica.
I motivi di tale atteggiamento non sono di semplice superficialità. In realtà, a mio giudizio, nascondono un' idea di fondo che traccia un modello di sviluppo completamente diverso da quello canonico che abbiamo conosciuto fino ad oggi.
L'economia Italiana, come la maggior parte delle economie occidentali industrializzate, deve il suo sviluppo negli anni, almeno fino a metà degli anni settanta, grazie all'intervento pubblico-privato su tutti e tre i settori dell'economia. Primario (materie prime), secondario (manifatturiero), terziario (beni, servizi, commercio).Questi tre capisaldi economici hanno marciato di pari passo per la costruzione della ricchezza del nostro Paese.
Ad un certo punto della nostra storia economica questo sistema è andato in tilt. Causa di tutto ciò è stata la volontà delle grandi famiglie imprenditoriali italiane di spostare sulla rendita i profitti delle imprese, senza reinvestire nelle stesse, impoverendole, facendo si che la loro competitività fosse basata solo su un costo del lavoro più basso, e conseguentemente facendo dei diritti dei lavoratori non un'opportunità ma anzi un freno. La logica conseguenza di tale scelta è stata lo spostamento dei costi sociali sull'intera collettività; l'arricchimento di pochi è equivalso all'impoverimento di tanti.
Tutto ciò ha portato ad una lenta ma decisa implosione delle nostre industrie: la crisi mondiale si è limitata solo ad insediarsi, come un virus, nel nostro già debole sistema industriale, che non aveva più gli anticorpi necessari per combatterla.
La miopia della politica è tutta qui, una politica che ha consentito che tutto ciò avvenisse senza mai richiamare gli imprenditori al valore sociale dell'impresa, così come definito dalla nostra Costituzione.
L'Italia sta perdendo, in questo periodo di forte crisi, pezzi di competitività con gli altri Paesi a noi vicini. Non siamo capaci di attrarre capitali esteri, investimenti per le nostre imprese.
Nella logica di un economia globale, l'Italia non dà i giusti affidamenti agli investitori esteri a causa di vari fattori: alto livello di corruzione sia nel pubblico che nel privato, criminalità organizzata, sistema infrastrutturale obsoleto, alti costi dell'energia, tempi enormi della giustizia, instabilità politica, sono tutti elementi che uno straniero che vuole investire nel nostro Paese valuta attentamente.

Davanti a questo scenario, l'unica linea di intervento della politica e di alcuni grandi imprenditori, è stata quella di far pagare dazio solo ai soggetti più deboli del sistema. I Lavoratori.
Negli ultimi anni “illuminati” politici e manager di importanti gruppi industriali ci hanno spiegato, anche con dovizia di particolari, che gli investimenti ci potranno essere solo se i lavoratori rinunceranno ai loro diritti elementari, e che i pochi rimanenti siano legati all'andamento dell'impresa senza nessuna certezza in merito alla loro esigibilità.

Il caso FIAT è emblematico. Le scelte sbagliate, di finanziarizzazione, fatte da FIAT e dal suo gruppo dirigente vengono oggi fatte ripagare solo ed esclusivamente dai lavoratori, attori incolpevoli della situazione.
Mai, e dico mai, è stato chiesto conto ai manager dell'impresa della situazione, anzi riecheggiano ancora le dichiarazioni di alcuni politici, ora pentiti, che sostennero “con Marchionne senza se e senza ma”, senza supportare tale affermazione con un giudizio industriale di tale operazione.
In Toscana, come nel resto delle altre regioni, l'assenza di una strategia industriale nazionale si sta facendo sentire in tutta la sua grandezza.
La Regione, ad onor del vero, ha provato, e continua a farlo, a trattenere le imprese che sono colpite dalla crisi attraverso politiche tese a consentire investimenti, utilizzando bandi localizzativi collegati con i centri di ricerca universitari. Ma se allo sforzo prodotto dalla giunta regionale non si accompagna una strategia nazionale, lo stesso rischia di essere una goccia nel mare.
L'esempio più calzante di ciò sta tutto dentro la vicenda Selex-Finmeccanica.
Selex-Es è una delle più importanti realtà del mondo Finmeccanica, fa parte delle aziende strategiche del settore della difesa e del civile del nostro Paese, ma stando al piano presentato non sembra che il titolare dell'impresa, lo Stato, la pensi così.
Negli altri Paesi europei aziende come Selex-Es sono considerate l'architrave del settore industriale.
In Italia, invece, di queste aziende si parla solo per le vicende giudiziarie che negli anni hanno investito il gruppo dirigente di Finmeccanica, le cui responsabilità oggi vengono ripagate solo ed esclusivamente ai lavoratori.
A Firenze Selex-Es rappresenta una realtà di circa 1300 addetti, suddivisi su 2 grandi siti fiorentini: ex-Ote, con un piccolo reparto anche su Pisa, e Selex Galileo.
Nel piano industriale che ci ha fornito ad oggi l'azienda vi è solo una certezza, la chiusura dei siti di via Barsanti (circa 420 addetti) e Pisa (circa 50 addetti), con il conseguente spostamento dei lavoratori presso lo stabilimento di Campi Bisenzio ex-Galileo.
Vi sono numerosi elementi che ci preoccupano in merito a questa operazione di accorpamento:
il primo è legato all'attività produttiva dell'ex-Ote, la cui più rilevante è legata al già noto progetto TETRA, che in assenza di finanziamenti da parte del Governo, per esplicita dichiarazione dell'azienda, sarà abbandonato.
Il secondo è legato alla non chiara destinazione produttiva del sito ex-Galileo.
Nei progetti che l'azienda ci ha presentato nei numerosi e lunghi incontri Campi Bisenzio diverrebbe uno dei 4 centri di eccellenza di Selex-Es in Italia, senza avere però una chiara destinazione produttiva, ma una più generica attribuzione di stabilimento di meccanica.
Ote e Officine Galileo, oggi Selex-Es, sono parte integrante della storia e della cultura industriale della città di Firenze, ed assieme al Nuovo Pignone hanno rappresentato e rappresentano il fiore all'occhiello delle produzioni di alta tecnologia, caratterizzando il valore aggiunto del tessuto industriale fiorentino.
Oggi il solo sito Galileo dà lavoro a circa 700 addetti, ma negli ultimi anni, malgrado prodotti altamente performanti sui mercati, l'occupazione si è comunque ridimensionata.
Ex Galileo ha rappresentato in Finmeccanica l'azienda leader nel settore dell'elettrottica della difesa, nel settore dello spazio e della radaristica prima avionica e poi terrestre.
Dal piano in discussione non sappiamo, a seguito dell'accorpamento, quale ruolo andrà a ricoprire sia dal punto di vista ingegneristico che produttivo.
Come Fiom/CGIL di Firenze, assieme alle RSU, non abbiamo mai detto di essere aprioristicamente contrari al progetto della grande Selex, ma ad oggi il piano di rilancio dell'impresa è basato solo ed esclusivamente su tagli lineari di personale, chiusure di siti e accorpamenti di funzioni.

Un confronto sindacale normale dovrebbe prevedere, a mio giudizio, la quantità e la qualità degli investimenti necessari a sostenere il piano e un sistema di ammortizzatori sociali che garantisca occupazione (come i contratti di solidarietà), con l'obiettivo di rilanciare questa grande azienda nei mercati internazionali senza mortificare l'operato di migliaia di lavoratori la cui qualità è riconosciuta in tutto il mondo.

Ex-Galileo, settore spazio, ha avuto riconoscenze dalle più importanti agenzie spaziali come NASA ed ESA (Agenzia spaziale europea), riconoscimenti, ahimè, mancati dall'ASI (Agenzia Spaziale Italiana) come nel caso della perdita del bando sul satellite OPSIS.
Sul progetto TETRA (Sistema intercomunicazione forze di polizia), invece, non è accettabile l'immobilismo della Direzione aziendale, che lega lo sviluppo del prodotto solo al finanziamento dello stesso da parte dello Stato (azionista di maggioranza dell'azienda), senza considerare la vendibilità di TETRA ad altri clienti.
La posizione della Fiom/CGIL di Firenze non è una posizione ideologica.
Per noi aziende come Selex-Es sono strategiche per un Paese moderno.
Esse devono essere guidate da management che siano svincolati da logiche politiche, valutati secondo il merito e nel merito del loro operato e non per appartenenze politico partitiche.
Pensare poi che queste aziende a partecipazione pubblica sono quelle che più di altre hanno beneficiato negli anni di finanziamenti pubblici da parte della Regione mi amareggia fortemente.
Non è pensabile chiedere al territorio soldi pubblici e poi, quando scelte industriali portano ad un indebolimento dello stesso le imprese, lasciare al territorio e sul territorio la gestione anche dei costi sociali. In un Paese normale ciò è inammissibile.
Per alcuni esperti economisti toscani, come per alcuni politici locali, il futuro della Toscana e di Firenze, dovrà sempre più caratterizzarsi sul terziario-turismo.
Io ritengo che ciò sia importante, ma ad esso si deve accompagnare una politica di ampio respiro che rimetta al centro l'industria e la sua capacità di creare ricchezza.
Il PIL della mia regione è, ancor oggi, rappresentato per il 50% dal manifatturiero, sia del settore primario che secondario. Aziende come il gruppo Nuovo Pignone (Ge Oil & Gas), il gruppo Finmeccanica, Piaggio, il siderurgico di Piombino, etc... son parte trainante insieme al loro indotto di piccole e medie imprese dell'economia della Toscana.
Aziende come queste, e quelle ad esse collegate, non possono essere svincolate da una strategia industriale nazionale, che metta al centro della propria azione interventi mirati ad arricchire i cosiddetti fattori di competitività esterni delle imprese di Keynesiana memoria a cui facevo riferimento prima.
La crisi del settore siderurgico Italiano, e per quanto ci riguarda, quindi, anche quello di Piombino, non aiutano a risolvere il problema.
La vicenda ILVA, in tutta la sua ampiezza, sia sul fronte giudiziario sia su quello occupazionale-ambientale di Taranto, è strettamente legata al piano per l'acciaio elaborato dalla UE.
In Europa, a seguito della crisi, nel settore siderurgico vi è una capacità sovrapproduttiva come in altri settori industriali.
Se ILVA di Taranto, a seguito delle ultime vicende, dovesse chiudere, il 50% della sovrapproduzione dell'acciaio europeo sarebbe eliminata, raggiungendo così gli obiettivi imposti dal piano di tagli europeo. Arriveremo quindi al paradosso che sulle spalle del nostro settore siderurgico graveranno le riduzioni produttive dell'acciaio di tutta Europa, per la “felicità”degli altri paesi produttori.
Nel caso in cui avvenisse ciò, all'Italia resterebbero i costi sociali (licenziamenti) derivanti da tali scelte ed inoltre saremmo dipendenti totalmente dall'estero per l' approvvigionamento dell'acciaio.

Come è facile intuire, uno scenario del genere metterebbe la parola fine sull'intero settore siderurgico italiano, compreso naturalmente Piombino, che da anni cerca capacità imprenditoriali interessate al settore. Il nostro Paese senza un polo industriale nazionale siderurgico, è come un come un corpo senza scheletro. Non sta in piedi.
Occorre quindi, attraverso la legislazione vigente (Legge 231 del 2012), un intervento concreto dello Stato che, con il commissariamento dell'ILVA deciso dal Governo, riesca a salvare la nostra architettura industriale, rilanciandola; anche perchè, come si può capire,i privati negli anni non sono stati in grado di preservarlo.
Un intervento teso a costruire un modello di sviluppo rispettoso sia della salute dei lavoratori che dei cittadini, sull'esempio dei distretti siderurgici tedeschi, ma anche sul modello Piombinese in cui lo sviluppo del industria si è ben integrato con il rispetto del territorio e dell'ambiente.
Dobbiamo, come sistema Paese, avere il coraggio di rimettere al centro della nostra azione economica l'industria. Industria come elemento di spinta propulsiva del nostro sviluppo.
Chi, come noi, accetta di confrontarsi su questo terreno non si senta vecchio e desueto, ma anzi si consideri a pieno titolo nell'alveo del riformismo europeo e mondiale.

Daniele Calosi Segretario Generale Fiom/Cgil Firenze

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